Area – quindicinale di critica sociale – 28.04.17

L’emigrazione non ha età

L’emigrazione non ha età Al festival «Visions du réel» il documentario di Olmo Cerri sulla vita dei lavoratori italiani nella Svizzera di un tempo raccontata a partire dalle loro emozioni di Francesco Bonsaver Mezzo secolo fa «Non ho l’età» cantata da una giovanissima sedicenne Gigliola Cinquetti, vinse il festival della canzone italiana di Sanremo del 1964. Pochi mesi dopo, la vittoria alTEurofestival la consacra a livello planetario. In cinque anni la Cinquetti riceverà 140.000 lettere dai suoi fans, oggi tutte catalogate al Museo storico del Trentino. Di queste alcune decine di migliaia erano state spedite dalla Svizzera, dove il canto della Cinquetti echeggiava nelle baracche degli stagionali o nelle case dei quartieri operai sorti a fianco delle industrie elvetiche.

“Non ho l’età” teneva compagnia nelle lunghe ore di solitudine dei “Versteckte Kinder”, quei bambini nascosti e clandestini perché figli di stagionali senza permesso di ricongiunzione familiare. Una Svizzera in piena crescita industriale che importava braccia operaie in gran numero, in particolare dall’Italia. La manodoperà straniera viene mantenuta docile appesa al filo del rinnovo del permesso di stagionale. In altri casi, il bisogno di operai sempre presentì alla produzione, spinge alla stratificazione dei diritti tramite i diversi gradi dei permessi.

Poi arriva l’iniziativa “contro rinforestieramento” di James Schwarzenbach, che vorrebbe limitare al 10% il numero di stranieri in Svizzera. L’iniziativa fu bocciata dal 54% dei votanti, ma il paese ne usci lacerato. Le lettere inviate dai migranti italiani nella Confederazione alla giovane cantante diventarono oggetto di analisi storica, la cui scrittura popolare consente di descrivere dei fenomeni sociali quali l’emigrazione «dal punto di vista di chi li ha vissuti in prima persona, e di concentrarsi dunque non più solo sui grandi personaggi, ma anche sulla gente comune, protagonista di processi storici importantissimi» come scrive Claudia Delmenico, storica e autrice della ricerca. Partendo dallo spunto della ricerca, Olmo Cerri, giovane regista ticinese, ha realizzato il documentario in cui racconta la migrazione di ieri con un occhio rivolto al presente migratorio.

Il documentario, selezionato dal festival di Nyon «Visions du Réel», è stato proiettato in terra vodese in prima mondiale sabato scorso nella grande sala di fronte a un folto pubblico, tra cui molti migranti italiani. A proiezione conclusa, diversi spettatori hanno raccontato di essersi riconosciuti nelle storie dei quattro protagonisti, autori o discendenti di altrettante lettere inviate alla cantante in quegli anni. Quattro percorsi con esperienze e sentimenti diversi sulla vita da migrante, la fuga dalla povertà al prezzo di una lontananza dai propri cari e l’inserimento in una nuova realtà sociale. Un tema più che mai attuale, su cui il documentario «Non ho l’età» invita a riflettere attraverso la lente del distacco temporale.

Una visione consigliata. francesco.bonsaver@areaonline.ch L’intervista Il passato per leggere il presente Le ragioni della scelta di un tema, le difficoltà nel ritrovare i protagonisti di allora e la scommessa vinta nel realizzare un documentario prodotto in Ticino Olmo Cerri, da dove nasce l’idea di raccontare l’emigrazione italiana attraverso la canzone «Non ho l’età» di Gigliola Cinquetti? Ci è parso uno spunto narrativo interessante per fornire uno sguardo anche poetico su quella che fu l’emigrazione italiana in Svizzera.

Utilizzare la chiave di lettura nazional-popolare attraverso la canzone della Cinquetti, ci sembrava un buon modo per favorire l’approccio a un tema come la migrazione che suscita dibattito e apprensione. Perché il tema della migrazione? Perché è uno dei temi di cui bisogna parlare in questo momento. Credo che questo ventennio sarà ricordato per le persone che muoiono nel Mediterraneo. Abbiamo voluto raccontare la migrazione in maniera più vicina a noi, dove quasi tutti hanno un vicino di casa d’origine italiana o, come nel mio caso, l’essere nipote di una emigrante italiana.

Una vicinanza che forse può aiutare nel ragionamento di comprensione di questo fenomeno. I tempi cambiano, ma le problematiche dei migranti restano simili. Nel documentario c’è una scena ambientata nella stazione da dove 50 anni fa partì Carmela per venire in Svizzera. Oggi seduti a terra ad aspettare il treno sono i nuovi migranti.

Anche in una scena successiva, quando Carmela racconta delle visite mediche alla stazione di Chiasso e delle paure dei respingimenti, sono fatti che si ripetono anche oggi. Persino gli spazi architettonici sono gli stessi. La migrazione odierna è vissuta spesso negativamente. Guardando il documentario, si ha l’impressione che l’emigrazione di cinquant’anni fa sia sostanzialmente riuscita.

Forse tra cinquantanni, guarderemo con gli stessi occhi positivi i risultati della migrazione odierna. La migrazione può essere un successo e una ricchezza incredibile per la società. È vero che probabilmente ci vuole del tempo, ci vuole fatica e impegno da entrambe la parti, ma se penso a quanto i quattro protagonisti del documentario hanno portato alla Svizzera, sia come forza lavoro sia come ricchezza sociale e culturale, è stato un indubbio arricchimento. Nel documentario non abbiamo però mitigato le gravità di quanto successe allora.

Penso, ad esempio, ai bambini “clandestini”, costretti a vivere nascosti in casa senza possibilità di frequentare le scuole o alle famiglie degli stagionali divise per lunghi periodi. Ma la memoria aiuta nell’addolcire il passato. La condizione di clandestino di alcuni dei protagonisti, l’avevano loro stessi rimossa e, in certi casi, non si sarebbero mai definiti così. Nel documentario si parla anche di quanto la migrazione di allora fosse vissuta negativamente da alcune forze politiche e da una parte importante della popolazione, come dimostrò la votazione sull’iniziativa Schwarzenbach.

Ritrovare gli autori delle lettere alla Cinquetti deve essere stata un’ operazione molto complicata. Difficilissimo. Dal museo di Trento abbiamo selezionato un centinaio di lettere che ci parevano significative, interessanti. Poi ritrovare una persona dopo 50 anni, magari con numerosi traslochi alle spalle o il cambiamento di cognome nel caso delle donne sposate, è stato un gran lavoro di ricerca. Partendo dai cognomi telefonavamo alle persone, ma queste erano giustamente diffidenti in quest’epoca di telemarketing aggressivo o di falsi nipoti. Non era focile conquistare la loro fiducia dicendo loro: abbiamo trovato una sua lettera alla Cinguetti di cinquantanni fa. Molti appendevano prima di riuscire a spiegarci. Ma, superata la difficoltà iniziale, la loro disponibilità è stata generosa. Un’altra scommessa vinta è che sia possibile realizzare un film in Ticino. Sì, anche se complicato. Abbiamo avuto la fortuna di trovare un produttore principale che credeva nel progetto. Dopo Arnka (casa produttrice della ticinese Tiziana Soudani, recentemente premiata alle Giornate cinematografiche di Soletta con il “Prix d’honneur” assegnato a personalità che hanno contributo alla cultura cinematografica svizzera, ndr), altre partecipazioni si sono successivamente aggiunte. Tra queste anche Unia Ticino, che colgo l’occasione per ringraziare..

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