La Regione – 22.04.17

Non ho l’età: Un’età che ritorna

Il film / Con ‘Non ho Fetà’ Olmo Cerri racconta quattro storie di emigrazione italiana in Svizzera

Un’età che ritorna Frammenti dal film, oggi la presentazione in competizione a Nyon

SonoUOmila, circa, le lettere ricevute negli anni da Gigliola Cinquetti da emigranti italiani, tutte custodite. Da lì è partito il regista ticinese… di Claudio Lo Russo “Signora Gigliola, sono una signora che mi trovo al ospedale malata con tanto dispiacere perché non posso fare sostenimento a tre bambini piccoli.

.. Sono dal 15 novembre che abitano senza riscaldamento..

. Signora Gigliola, non posso spiegarmi in tutto, vorrei solo per favore se può fare un appello, se qualcuno può permettere di aiutare questa famiglia, di avere un po’ di caldo…

”. Chiedeva un po’ di calore per i suoi bambini, la mamma di Lorella, a quella ragazza che da poco aveva fatto irruzione, con il suo candore, sulla scena della canzone, raccogliendo un successo planetario. La signora Maria, da Glattbrugg, prendeva “la forza a due mani” e, confidando “quanta preoccupazione c’è in me”, chiedeva un aiuto per poter aprire una latteria con suo marito. Don Gregorio, da parte sua, quando era ancora un giovane seminarista, la ringraziava, quella ragazzina: “Per il bene che la tua voce così pastosa e appassionata porta tra i nostri emigrati qui all’estero.

.. per il sollievo che porti nelle loro solitudini”. Sono certo che in quelle masse indistinte di migranti d sono una Carmela o un don Gregorio, e che basterà un po’ di tempo per capire quanto possono essere una ricchezza per noi Sono queste tre fra le circa 140mila lettere che fra il 1964 e il 1979 sono state indirizzate a Gigliola Cinquetti, e che la cantante italiana ha accuratamente custodito, forse consapevole del loro valore.

Nel 2001 le ha donate al Museo Storico del Trentino, facendone un oggetto di studio, a livello linguistico e socio-storico. Quelle missive infatti recano spesso un frammento della storia dei loro autori, uomini e donne italiani emigrati nel mondo, che nell’interprete di ‘Non ho l’età’ ritrovavano forse quell’innocenza che avevano lasciato per sempre a casa, il miraggio di un riscatto, di un approdo puro e luminoso per le loro fatiche. A partire da questo materiale Olmo Cerri, giovane regista ticinese, ha costruito il suo nuovo film, ‘Non ho l’età’. Ne avevamo scritto tre anni fa, quando era ancora un progetto e lui si apprestava a cercare gli autori di quelle lettere.

Il film, prodotto da Tiziana Soudani per Amka Films, verrà presentato oggi nel concorso di Visions du Réel a Nyon, uno dei festival più prestigiosi in ambito documentario. Una selezione meritata, perché, seguendo le storie di Carmela, Lorella, don Gregorio, Maria e Gabriella, Olmo Cerri offre uno spaccato toccante e originale sull’emigrazione italiana in Svizzera: la volontà di rifarsi una vita, la malinconia, le difficoltà nell’integrazione, la distanza culturale, la curiosità e la diffidenza, le campagne anti-italiani e la solidarietà più spontanea, la clandestinità, la paura, la fatica e i sogni di chi ce l’ha fatta e di chi, a distanza di 50 anni, con la lettera della propria madre ormai scomparsa a Gigliola Cinquetti, si ritrova a ricominciare di nuovo da capo. Un film riuscito che, senza mai esibirlo, guarda al passato per illuminare il presente. Abbiamo chiesto a Olmo come abbia selezionato le lettere: «Prima di noi ha lavorato su questo materiale Daniela Delmenico, una ricercatrice ticinese che ha fatto un importante lavoro di selezione, circa un migliaio di lettere che venivano dalla Svizzera.

Io mi sono concentrato su quelle in cui c’era del materiale narrativo, una biografia di cui si diceva qualcosa. La cosa difficile, dopo 50 anni, è stata ritrovare le persone. Poi, fra tutte quelle che sono riuscito a contattare, ne ho selezionate quattro le cui storie potevano portare un frammento di racconto diverso dell’emigrazione». Fra le quattro storie presentate, tre hanno per protagoniste delle donne, una un prete (simpaticissimo) a cavallo fra Thalwil e Davoli Marina in Calabria. Non c’è il classico emigrante operaio: un caso? «No, non è un caso. Di film sull’emigrazione italiana in Svizzera ne sono stati fatti tanti ed è spesso quella la figura che emerge, il giovane solo o l’uomo che lascia la famiglia al paese. Il nostro è stato un tentativo di raccontare quella storia da un punto di vista differente». Perché fare questo film oggi? «Penso sia utile perché siamo ancora completamente dentro la questione della migrazione, i flussi di persone che arrivano oggi in Svizzera sono simili a quelli di quegli anni, anche se i migranti non provengono più dall’Italia. Mi piacerebbe se il fatto di parlare dell’emigrazione degli anni 60 e 70 servisse per capire quella di oggi. Sono certo che in quelle masse indistinte di migranti che oggi vediamo, ci sono una Carmela o un don Gregorio, e che basterà un po’ di tempo per capire quanto possono essere una ricchezza per noi»..

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